Domenica 22 Ott 2017

Claudio Bonanni

pittore, painter, peintre

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Dicono di me

Franco Sciarretta

Claudio Bonanni

Oriundo di Tivoli, ma trasferitosi ben presto ad Udine, questo giovane pittore, ormai pienamente affermatosi, ha avuto inizi regolari con la frequenza alla Scuola figurativa delle Belle Arti di Roma, da cui è uscito con un buon bagaglio di capacità disegnative, che costituiscono il suo classicismo di fondo. Ad esso si deve anche il rispetto delle proporzioni, la profondità di campo, la prospettiva aerea. Un'influenza importante è stata quella del suo maestro, a Parigi, Pio Santini, nato a Tivoli, del quale si può dire sia stato l'allievo prediletto, e dal quale ha molto imparato. Non bisogna comunque dimenticare i suoi interessi per l'Ottocento europeo ed italiano ed in particolare per l'impressionismo, da cui ha appreso l'uso del colore vivo, la natura dipinta "en plein air", la spazialità, e soprattutto, secondo noi, il paesaggio sentito come stato d'animo. Meno lo ha toccato l'espressionismo, dal quale la sua natura, peraltro, rifugge.

Claudio Bonanni è un pittore solare, in cui gli spazi ampi e luminosi non suscitano emozioni malinconiche o tristezze. Dietro le figure di uomini, di piante, di pianura, di montagne, di spiagge marine si percepisce un'atmosfera di tranquillità, una visione del mondo serenamente laboriosa, senza perturbazioni psicologiche. Sono anzi festosi i quadri di quest'artista, piacevoli alla vista, pieni di particolari, tutti notati con cura ed amore. Si vedano, i suoi vialetti di accesso alle abitazioni ricchi di aiuole multicolori, di pergole che sorreggono viti o roseti, di muretti su cui si stampa l'ombra degli arbusti, tutti colpiti da un'intensa luce solare. E difficile trovare opere in cui non ci sia un forte contrasto fra luce ed ombra, oppure in cui predominino vaste zone di colore compatto. Questo viene sempre franto e ridotto a particelle minute, che ha la sua lontana origine nel così detto pointillisme.

Non ci sono soggetti in cui il Bonari non abbia saputo esprimersi o su quali si sia particolarmente ed esclusivamente concentrato, segno questo di vitalitàà e capacità inventive notevoli, che lo hanno portato ad indagare i vari aspetti della realtàà con uguale interesse e capacità di penetrazione. I successi avuti nelle varie mostre personali, testimoni di un riconoscimento pubblico, hanno incoraggiato l'artista a proseguire per la sua strada, che è al di fuori delle novità momentanee e superficiali. II Nostro si pone davanti ad una rappresentazione sempre con onestà professionale, che lo porta a studiare bene prima il soggetto da rappresentare e poi ad eseguirlo materialmente. Le sue opere potrebbero a ragione definirsi studi di momenti di realtà viva, fissati cromaticamente sulla tela con notevole sicurezza, che si acquisisce con il tempo e con personale capacità.

E proprio perchè non obbediscono ai capricci delle correnti, i quadri del Bonanni non passano di moda.Guardandoli noteremo sempre qualche cosa che la volta precedente ci era sfuggito, su cui non avevamo posato sufficiente attenzione. A colpirci è sempre l'armonia dei colori, dati senza ripensamenti, il cui equilibrio cromatico rappresenta il fine ultimo dell'artista. E questo accade non solo per le rappresentazioni naturali, ma anche per i ritratti, nei quali a prima vista sembrerebbe prevalere il disegno sul colore. E quest'ultimo il vero protagonista dei quadri del Bonanni, abbiano essi per soggetto le marine, le montagne, i paesi, le città, oppure gli alberi d'oliva della sua nativa Tivoli.

 
Licio Damiani

Mediterraneità. eclettica di Bonanni

Come inquadrare la pittura di Claudio Bonanni? Ha il nitore straniato dell'iperrealismo: quel collocarsi in una posizione assolutamente acritica nei confronti delle apparenze del mondo, quell'attenzione così minuziosa ai particolari descrittivi. Ma l'iperrealismo comporta una carica di ironia e di demistificazione assente invece nell'opera di Bonanni. La stessa tecnica illusoria d'inquadramento fotografico che produce lo staniamento iperrealista, in Bonanni appare come travolta da un fremere ventoso dei pigmenti, dallo sciogliersi delle masse compositive in una stoffa densa, resa mobile da increspature di luce. Vi ritrovi l'eco del vedutismo ottocentesco, ripreso e dilatato con una sorta di elegante civetteria. Le immagini di rigorosa fedeltà, di evidenza illustrativa, inquadrate e fissate in rigidi telai prospettici, sembrano rimandare alle invenzioni descrittive, alla chiave naturalistica, della napoletana scuola di Posillipo e, soprattutto, al vedutismo "panico" di Giacinto Gigante.

Ma l'invenzione, a osservare bene finisce per sganciarsi da ogni rapporto con il vero, il documento figurativo inventa uno scenografismo arioso nel quale fiorisce misteriosamente l'evento poetico. La struttura rigida, il disegno nitido, tendono a gonfiarsi di empiti cromatici risolti a taccheggiature sontuose di materia, con una ricchezza di passaggi preziosi, di abili, raffinate, soluzioni gestuali. Nella breve notaa biografica che inquadra la personalità di Bonanni, oltre alla frequenza all'Accademia di Belle Arti di Roma, al successivo periodo di perfezionamento a Parigi, mi sembra indicativo il rapporto stabilito con il finlandese Lauri Leppanen, allievo prediletto di Kokoschka.

Nell'impennarsi fremente del tessuto pittorico, in quel fermentare di umori, pare di leggere, infatti, una qual memoria della stravolgente libertà espressionista. Trattenuta peraltro, irretita, entro una classicità composta. Da qui la suggestione di "oggettività fantastica", del declinare del rilievo documentale verso le atmosfere di suggestione e di mistero rilevate dal critico Costanzo Costantini.

Bonanni, al paesaggio laziale e mediterraneo ha dedicato gran parte della propria opera. Sono quadri di un fascino sottile, di una sontuosità sonante di empiti lirici. Ecco gli olivi contorti, battuti d'argento, affollati di note da sinfonia eroica, evocazioni di mattini sacri alle divinità agresti. II colore si attorce, scintilla, crepita di verdi e di bruni.

Paesaggi lacustri (il lago Turano) mareggiano in fughe prospettiche degne dei maestri umbri del Quattrocento; un pulsare di verdi e di ocre ingioiellati, sul fondo, da un castone d'azzurro lapislazzulo e il cielo che scolora, percorso da sentori di nubi. Grappoli di glicini violette grondano rigogliosi dal pergolato di una villa. Dal biancore estuoso di un muro di cinta, fiori drappeggiano festoni nei giardini.

Una quercia avvita il tronco centenario indorando al sole la chioma frondosa. Cortine di lecci frondeggiano su un mareggiare spumato di erbe tempestate da corolle. Sono scorci di una natura intoccata, che sembra attendere la voce pura delle ninfe.
Prendono immagine, nei dipinti di Claudio Bonanni, i versi del poeta Vincenzo Cardarelli: "Quanti mattini della mia infanzia furono simili a questo libeccioso e festivo".
Immagini di abbandono panico, di virgiliano respiro. Stradine ombreggiate "da due muri di pietre rugginose / da cui spuntavano pampani / soleggiati". Intrecci di caleidoscopici luccichii. Case bianche frananti giù per le pendici dell'isola fino a tuffarsi nell'abbraccio dell'azzurro.

I giardini si infiammano delle corolle rosse dei gerani, in un traboccare di ghirlande d'acacie, di cascate di rampicanti, e nell'anello di cielo disegnato dalla vegetazione zampillano i fogliami delle palme. Pergolati solcati da geometrie di ombre, muriccioli e parapetti rosati, invitano a percorsi di silenzio. Angoli di ville patrizie sciorinano i loro fasti, come in un film storico di Luchino Visconti o in una preziosa e cesellata pagina dannunziana: immagini letterarie, mitografie sognanti ed estatiche di isole d'incanto, di luoghi celebri del Lazio, della Campania, di angoli di Parigi, di macchie arboree popolate da driadi e da satiri dei quali intuisci la presenza per indizi segreti, per intimi trasalimenti di luce, per improvviso frascare di colori. Un repertorio ricco, dunque, che se da un lato si rifà a citazioni prodighe di ammiccamenti accademici, dall'altro lato ricalca volutamente il sentore delle oleografie popolari, traducendo il tutto in risultati di intenso valore pittorico.

Le figure di nudo, i ritratti e i gruppi danzanti di bimbi, richiamano invece le fluidità coloristiche di Renoir o le epifanie del simbolismo divisionista. E a leggere meglio queste tele aiutano, ancora, alcuni versi di Cardelli: "Su te, vergine adolescente, sta come un'ombra sacra. Nulla è più vistoso e adorabile e proprio della tua carne spogliata". Sono corpi percorsi dal riverbero di un fuoco rosato, da una sensualità naturale, senza compiacimenti, anche se talvolta chiusa in formule di maniera. Dopo il trasferimento a Udine, Bonanni si è dedicato con la stessa intensità emotiva delle opere "meridionali", al paesaggio friulano. E un paesaggio ancora rivissuto con sensibilità ardente, immerso in una solarità estuosa, al fondo del quale, tuttavia, si percepiscono come un umidore, una patina caliginosa, che fanno risaltare i toni bassi, terre e verdi marci. Un Friuli trasfigurato, e peraltro di chiara riconoscibilità, colto non tanto in presa diretta, quanto attraverso le suggestioni visive di alcuni artisti locali degli anni Venti e Trenta, primo, fra tutti, il Pellis.

E a Pellis si riconducono i paesaggi alpini di Bonanni, costruiti con effetti corposi di materia. Il mareggiare, a taccheggiature rilevate, gli azzurri, dei bianchi, dei rosa, dei bruni è -di una magmaticità esuberante, gestualmente tesa. Lentamente il pittore mostra di voler abbandonare certe aperture scenografiche intrise di linfe popolari, certa magia favolistica snobisticamente "retrò", per approdare a un discorso più diretto e immediato. Si lascia andare, insomma, a un vitalismo che, pur mantenendosi entro registri costruttivi sempre calibrati, conferisce all'immagine una scioltezza e un respiro nuovi.

 
Gianfranco Scialino

L'arte di Bonanni

La pittura, come ogni arte, è vocazione, poi tenacia, pazienza, umiltà nel cercare attraverso un assiduo lavoro la corrispondenza tra il gesto, la materia formata, e il moto dello spirito, l'intuizione veggente, filo d'Arianna che guida al compimento la cifra irripetibile di ogni poeta. Se l'animo resiste alle difficoltà, alla fatica, se si tempra negli stessi fallimenti, se è capace di rinunce e di attesa, di rischiare nelle scelte, si può essere certi dell'autenticità della chiamata; c'è la garanzia della riuscita.

Questo corollario trova conferma nella formazione di Claudio Bonanni, tiburtino, con scuole tecniche alle spalle, con frequenza dell'Accademia di Belle Arti a Roma, rabdomantico e fortunato negli incontri con maestri che lo hanno avviato a trovare la sua calda e commossa misura. Anche per lui il discrimine o spartiacque, punto d'avvio vero, senza tuttavia nulla del maledettismo d'un tempo, ma con il bisogno cogente di scoprirsi, è il viaggio-soggiorno a Parigi, per intermittenze dal 1980 al 1986. Impieghi occasionali e umili forniscono i mezzi di una stretta sopravvivenza, ma ciò che conta è la possibilità di stare vicino alla sua guida Pio Santini, pittore all'antica, che vuol dire non improvvisato, colto, severo, ma prodigo di quegli insegnamenti tecnici e morali che elevano, accorciano la strada verso la meta, aprono orizzonti nuovi, i quali prima di essere prospettive esterne o dettagli fisici, sono dimensioni interiori di sensibilità, d'attenzione, d'intelligenza. Diceva Santini: "Bastano due ore al giorno al cavalletto, concentrate, il resto dev'essere riflessione, esplorazione".

A Parigi, Bonanni soggiorna non per snaturarsi, ma per trarre convincimento a essere quello che è nell'intimo più segreto, per seguire il più addentro possibile il percorso sinuoso delle sue radici mediterranee, che si aggrappano al paesaggio di Tivoli, dolce, scabro, arioso, antico per storia luogo di miti solari, di linfe sovrabbondanti, ma anche di delicato pudore, di silenzi e di sofferenza. Anche lui con Ungaretti, potrebbe ripetere, riferendosi alla Senna "e in quel suo torbido / mi sono rimescolato / mi sono conosciuto".

Fra artisti nordici, scesi incontro alla sensualità e al cromatismo scintillante del sud, venuti altresì a imbrigliare la loro selvaggia natura, la loro materica, drammatica espressività a contatto-con il retaggio classico, Claudio Bonanni trova altri interlocutori che lo aiutano a definire l'originale tocco dentro il quale dare nido alla gioia, alla passione, allo struggimento, al senso del destino e della totalità rigogliosa della natura.


Sono lo svedese Ernest Kronberg, "tu puoi fare", scarne profetiche parole, che aveva dimora a Roma nel palazzo in cui visse Antonio Canova, e il finlandese Lauri Leppanen, espressionista, tra gli allievi prediletti di Oscar Kokoschka..
Modernità e tradizione, figurativismo e reinvenzione dello stesso attraverso la cattura della luce con le morbide, dense e decise pennellate che depongono il colore sulla tela, riflesso tutto interiorizzato e reinventato delle molteplici esperienze impressionistiche, convivenze nell'armonico disegno di volumetriche magmatiche con l'ordine esatto delle linee in fuga, quasi intrusioni informali, come getto di vitalità, concorrono a costituire l'equilibrio di una maturità artistica che è già ben assestata attorno al 1990. "Quello che hai già dentro non te lo toglierà nessuno", altra verità socratica che il giovane si era sentito proporre come commiato e augurio da un estimatore: con il bagaglio consolidato degli archetipi, definiti dal suo immaginario e dal suo vissuto, Claudio Bonanni si é trasferito da cinque anni in Friuli, dove ha visitato spesso lo studio di Pittino e dove ha verificato una significativa consonanza con lo stile di Pellis.

Se un pò alla volta tra i soggetti sviluppati ha cominciato a essere presente qualcosa della nuova terra, colli verdi e maturi, erbe alte, baite assorte nella neve dei monti carnici, delicati volti dei bambini (la paternità), divini nella loro curiosa inconsapevolezza, domina comunque nella pittura di Bonanni il riferimento alla geografia paesistica mediterranea, costituita oltre che dalla campagna romana e tiburtina, come s'è detto, dalla costiera amalfitana, sublime d'azzurro, composta nella geometria necessaria e casuale delle case bianche dagli aerei terrazzi, fastosa e festosa nei colori, spiritualizzata dalla brezza che pettina palmizi e rose e insinua nella materia, animata e morbida, la sospensione estatica dell'infinito. Dal serbatoio lirico della memoria escono scorci vasti, particolari minimi, microspazi accostati a irragiungibili ed evanescenti orizzonti. Sono ulivi robusti e solitari, muraglie ornate d'anfore e vasi traboccanti di fiori, pergolati di glicini che conducono tra chiaro e scuro a uno sbocco pensile sul mare, verso un'accogliente casa o a una balaustra vegetale in trionfo estivo.

Le figure, gli esatti angoli, le prospettive ordinate levitano tuttavia, si scompigliano e vibrano in masse esplodenti di colore: gamme inesauribili di verdi, di rossi e di gialli e poi il blu, l'azzurro, il celeste della serenità del mistero, del miraggio, del trascendimento verso il quale puntano, anche quando mare e cielo non si vedono, e allora li suggeriscono per sogno e presentimento, le barche snelle allineate sulla riva.
Dentro la materia entra la luce nella pittura di Claudio Bonanni; dentro i colori c'é l'affiato della vita, tutto é nitido e contemporaneamente multidimensionale, enigmatico, arcano: Claudio Bonanni fa quadri di poesia.

 
Mario Bernardi

Sequenze di luce nella pittura di Claudio Bonanni

Claudio bonanni è un pittore di sostanza, che cammina a passi misurati nella realtà di paesaggi diversi, dove i colori possono essere diafani e baluginanti. Dove la trasmissione dell'idea di pittura si conferma con la natura che gli sta davanti per essere interpretata con lo slancio di chi indaga nella multiforme consequenzialità dell'atmosfera.
Lucida, se il paesaggio e di qualche chiarezza prospettica. Delicatamente suggestiva, ancora sei colori si fanno trascendenti e l'artista è determinato a catturare l'essenza senza lasciare spazi a virtuosismi fuori luogo, ma attento invece alla magia dell'attimo fuggente, prendendo in mano le redini di un ideale carro che trascina la luce: e lui in un balzo la raggiunge e la segue finché la notte non cancella il miracolo del colore.

Così i suoi tramonti vertiginosi, di una luce rigorosamente realistica che riesce a fermare l'identità e la contemporaneità di un qualche secondo, che diventerà realtà perpetua. Più di quanto non sappia fare un fotografo di immagini, perché dentro al virtuosismo prospettico e materico del pittore, sembrano affacciarsi con prepotenza isegmenti spirituali di un'artista che vive la natura in una sorta di simbiosi quasi perfetta. Stupefacente, nel suo insieme, specie quando la spazialità del paesaggio consente una lettura didascalica che si stempera nella mutazione del colore assieme alla prospettiva di una parte del sentimento suscitato né gli spettatori.
Che siano noti: di fronte all'infinito presente di un miracolo che non si spiega, ne ha ripetitività possibili, perché ogni frammento della natura, sia essa selvaggia, dolce o mirabolante, forma un unicum irripetibile che si può tentare di tradurre solo con l'aiuto degli occhi dell'anima.

Bonanni viene da Tivoli. Una città che ha che ha radici di storia antica e si accomuna alla maestosità romana del passato, in una iconografia di grandezza assoluta. Come nel caso di "Villa Adriana" che sta ai piedi della sua città d'origine e, dalle pietre grigio rosa che ne testimoniano l'antico splendore, fa eco ai pasti di un momento esilarante e straordinario della storia del mondo.

Lui, il pittore, quando governa la luce del colore incardinati nei paesaggi lucenti che si specchiano nella chiarezza dell'infinito, sembra essersi totalmente scrollato di dosso ogni misura temporale rivolgendosi al sole, alla scoscese ripidità di case che affondano nel verde di alberi mossi dal vento dell'infinito o ai tetti che aggrumano i riflessi illuminandosi dentro la tela, dando la misura di una realtà splendente.

Come faceva orrore Renato Guttuso nelle sue marine siciliane e più ancora ancora nelle raffigurazioni di piccoli borghi arroccati nella luce accecante dei feudi agrigentini. In una lucentezza diversa da quella Guccione che, nell'immensità delle spazi del mare, lascia agli orizzonti la misura della propria identità di artista.
Bisognerà comunque soffermarci a lungo sulla rapidità e scioltezza dei paesaggi stilistici di Bonanni.
Il paesaggio montano aspro e di luce argentea con radici che attingono alla magistrale esperienza di Giovanni Segantini, dove, nelle atmosfere fredde dei prati ingrigiti dal gelo e dalle chiazze neve, si ha la misura della durezza, ma anche dall'eleganza maestosa delle architetture silvestri.

Il biancore delle vette illuminate da unità un sole rosato che diventa fuoco - come dicevamo.
Il tratto multicolore di raffigurazioni di scuola post impressionista, alla maniera di Monet e Bonnard, come nell'immagine di "Francesca tra i papaveri". I ritratti di "Marianna" e "Riccardo", che hanno caratteristiche dissimili l'uno dall'altro, per le differenti positure che sembrano raffigurare nell'una la metafora lucente dell'aurea mediterranea, nell'altra la compostezza e la perfezione del volto dipinto alla quieta maniera di una suggestiva eco tardo ottocentesca.

Qui si misura la reale capacità pittorica di un'artista vero. In nessun altro modo - infatti - può evidenziarsi l'identità strutturale di un pittore, se non giudicando le sue capacità di realizzare la figura, quando il bisogno teorico deve cedere il posto all'arte del disegno che si fa pittura. Non importa se l'artista abbia bisogno di una "sinopia" per realizzare l'espressione figurativa.
Nella cosmogonica interpretazione di una persona, si può agire volando alto, senza cadere a tentazioni di manierismi che rischiano di far diventare goffe le raffigurazioni che si eseguono.
Dicevo, di Pier Bonnart, ma potrei dire dei Vuillard, Denis, Roussel del movimento dei "Nabis" attraverso un ripensamento dell'Impressionismo, quando si dipingeva con una disposizione netta del colore sulla tela e i soggetti diventavano gioiosi, a volte strazianti, perché abbacinati dall'estate che aiuta il trionfo dell'immagine, ma la può anche rendere misteriosa e sfocata, come in alcune tele del Bonanni, che percorre un suo autonomo pecorso di indagine artistica, nelle dolcezze irripetibili di luoghi magici come Positano o Capri: in un confondersi di arie luminose e di sapori mediterranei che si sposano dolcemente col profumo delle bouganville.

La sua predilezione per i colori sfumati o violenti del tramonto, si misura con grande emozione anche nelle tele che raffigurano il Golfo di Trieste e la dolce sequenza Istriana che appare come un quieto, irraggiungibile infinito.
Tutto ciò, come un avveduto lettore critico dell'epoca di questo pittore - Gianfranco Scialino - diceva di lui: Bonanni sta alla pittura della modernità e tradizione, figuratismo e reinvenzione dallo stesso, attraverso la cattura della luce.
L'arte come sentimento e vocazione spirituale dunque: in simbiosi perfetta con la gioia della vita.

 
 

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